Brokeback Mountain

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Toccante e commovente

“Brokeback Mountain” supera la eccessivamente semplicistica definizione di “storia dei cow-boy gay” e riesce a travalicare ogni confine con l’universalità del suo messaggio, con la forza con cui colpisce lo spettatore. L’Amore (quello con la A maiuscola) non è in grado di superare ogni confine, ma sprona le persone a superare tutte le difficoltà (o almeno a provarci), è una delle forze allo stesso tempo più meravigliose, complesse e pericolose che muovono le dinamiche sociali.

In definitiva non succede nulla di differente da ciò che capita in tanti altri film. Verrebbe da dire: la storia è sempre la stessa. Ci sono due persone che si vogliono bene e che devono superare mille difficoltà anche solo per potersi vedere (i vincoli familiari, i soldi, l’appartenenza a differenti classi sociali, …). Quello che cambia, qui, è il contesto, ma qualcosa muta anche nel contenuto: la storia è molto più complessa, completamente fuori dai canoni, visto che i due protagonisti riescono a vedersi, a ritagliarsi un angolo di felicità, ma circoscritto nel tempo e nello spazio: quel Brokeback Mountain che tutti, nella propria vita, cercano di trovare. Poi, tutta la forza della tragedia dirompe nel finale, quando ci si accorge che ormai il tempo è passato, e non si può più farlo tornare indietro. La vita, in tutta la sua tragicità, è protagonista in primo piano. Altra particolarità: Jack e Ennis non si cercano, non si vogliono, eppure si trovano, a volte si scontrano duramente, eppure non vorrebbero più separarsi; e invece lo fanno senza fissare mai il prossimo incontro, senza la certezza di ritrovarsi, sperando solo che ciò avvenga presto.

Sono molte le corde dell’anima che “Brokeback Mountain” sonda: la disillusione, quella quasi impossibile da nascondere, quella che rimane una ferita tanto profonda da non poter mai essere sanata, nemmeno dopo anni. E’ la dolorosa disillusione che si dipinge (anzi, dirompe) sul volto di Alma quando scopre l’amara verità. Le crolla addosso il mondo intero, un mondo che pensava al sicuro da ogni pericolo. Anche sul volto di Laureen (durante una telefonata, a film quasi concluso) c’è un dolore immenso, insondabile, dirompente, che trova modo di esprimersi, però, solo attraverso gli occhi arrossati di Anne Hathaway. Non ci sarebbero state parole adatte ad esprimerlo. Molto bravi anche i due protagonisti del film. Heath Ledger è abilissimo nel costruire un personaggio dalla dura scorza, di poche parole, uomo tormentato e allo stesso tempo all’apparenza incrollabile. Jake Gyllenhaal è all’altezza del collega (pur rappresentando un personaggio quasi opposto): sempre molto espressivo, in grado di fare trasparire tutto il tormento di Jack, come la sua frustrazione e il suo dolore.

Ang Lee dimostra una delicatezza ed una sensibilità notevoli nel narrare la storia (il finale è magistrale).Trova un modo quasi sottotono per infrangere, come è stato scritto sul “Corriere “, l’ultimo tabù: il mito del West e della sua virilità. Anche se, per la verità, Jack e Ennis sono e rimangono uomini tutti d’un pezzo. A far da cornice gli incantevoli paesaggi del Wyoming e il delicato tema musicale (premiato con l’Oscar), tutto giocato sul suono delle chitarre acustiche.

“I Segreti di Brokeback Mountain” ha debuttato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Ed ha vinto il Leone d’Oro. Poi è passato per la cerimonia di consegna dei Golden Globe. E si è portato a casa quattro premi: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura, Miglior Canzone Originale (composta da Santaolalla e scritta da Bernie Taupin, uno che di canzoni se ne intende). Alla Notte degli Oscar altri 3 premi (sceneggiatura originale, musiche, regia), un po’ pochi per un capolavoro di questa caratura, ambientato in Wyoming, nel (lontano?) 1963.

(Liberamente elaborato dalla recensione di Daniele Toninelli – Movie Maniac)

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